Dove parlare ispano-veneto negli USA salva noi e le nostre medicine: Malpensa-Miami

23/1/2013

Come previsto, nessuno di noi ha bisogno della sveglia e arriviamo in aeroporto con largo anticipo. Al check-in c’è qualche difficoltà con il computer e i nostri visti, ma niente di grave. Non ci preoccupiamo troppo, anche perché dopo che abbiamo impiegato ore a compilare i questionari per la richiesta del visto, siamo andati in consolato a Milano a farci intervistare e nostra figlia si è scambiata talmente tante e-mails con la Custom & Border Protection che ormai conosce la legislazione USA sull’immigrazione a memoria, siamo sicuri che non possano esserci grandi problemi.
In effetti tutto si risolve in un quarto d’ora, che però basta a una signora molto raffinata per lamentarsi a voce alta del check-in online, perchè è inutile se poi si deve perdere tempo in fila, e della nostra apparente incompetenza come viaggiatori.

Risolto il problema, ci scambiamo con Francesca gli ultimi consigli e raccomandazioni prima di passare i controlli di sicurezza. Lo facciamo velocemente, forse perché tuttora, anche se abbiamo preparato il viaggio per mesi, non ci rendiamo conto che stiamo davvero per partire, attraversare l’oceano e non vedere famiglia e amici per 9 mesi, tranne nostra figlia che però non si sa quando riuscirà a raggiungerci.

Siamo preoccupati per la lunghezza del volo (viaggiamo sempre in camper, mai in aereo), per il mio naso e le mie orecchie che non amano gli sbalzi di pressione, ma soprattutto per i controlli alla frontiera che tutti ci dicono essere molto severi e per la possibilità di ottenere un prolungamento di 3 mesi del permesso di soggiorno rispetto ai 6 mesi standard a cui si ha diritto quando si entra negli Stati Uniti con un visto turistico.

Siamo preoccupati perché fra insonnia tipica della notte prima della partenza e fuso orario arriveremo a Miami senza aver dormito per 2 giorni e prima di uscire dall’aeroporto dovremo (o meglio dovrà Silvana, visto che io non parlo l’inglese) cercare di risolvere questioni che potrebbero far saltare il programma del nostro viaggio.

L’itinerario è stato fatto per 9 mesi e ridurlo di un terzo con le distanze che ci sono negli Stati Uniti vorrebbe dire rinunciare a vedere tanti posti meravigliosi e comunque rovinarmi la schiena alla guida del camper, perché in ogni caso dovremo attraversare gli Stati Uniti due volte, da Est a Ovest e viceversa.

Dei controlli ai bagagli ciò che ci spaventa di più sono le medicine. Per fortuna siamo due persone sane, ma entrambi dobbiamo prenderne alcune ogni giorno e ogni giorno per 9 mesi vuol dire che buona parte dei nostri bagagli è occupata da pastiglie e boccette (rigorosamente nelle loro confezioni originali perché così vuole la legge americana).
A nessuno verrebbe in mente che quello delle medicine sia un problema tanto importante nell’organizzare un viaggio negli Stati Uniti, anche perché è uno dei tanti che non si pongono a chi ci va solo per un paio di settimane e magari prima di entrare nella terza età.
Per noi lo è e lo è per nostra figlia, che mentre attraversiamo l’oceano è a casa in ansia perché la Food and Drug Administration le ha dato tutte le indicazioni (dettagliatissime) per importare legalmente medicinali negli Stati Uniti per un periodo così lungo, ma le ha anche detto che alla fine la decisione se sequestrarli o meno spetta solo al funzionario che troveremo in dogana.
Molti ci hanno chiesto perché non li compriamo là, forse senza pensare che non sono uguali dappertutto e che quando si viaggia in camper spostandosi di tanti chilometri quasi tutti i giorni e in un Paese con tante zone scarsamente abitate come gli Stati Uniti non è molto semplice trovare un medico che ti prescriva medicine senza conoscerti. Senza considerare che i costi di visite e prodotti sono molto più alti che in Italia e l’assicurazione non rimborsa tutto ciò che riguarda problemi di salute che si avevano già prima di partire.

A parte la lunghezza del volo e il disturbo per il rumore dei motori, tutto va bene, e arriviamo puntuali alle 18, accolti dal sole della Florida e da 28°.
Al contrario dei nostri timori, nessuna formalità alla frontiera, ma il merito è anche mio. Quando Silvana inizia a spiegare ai primi funzionari che incontriamo che vogliamo prolungare di 3 mesi il permesso di soggiorno, i due sbalorditi vanno a chiamare il capo, o meglio jefe data la sua provenienza.
Questo neanche si rivolge ad una donna e a velocità supersonica inizia a parlare con me. Io lo fermo con un sorriso e gli dico: Senor, si usted habla inglés, jo no intiendo nada; tiene que hablar con mi senora. Si habla espanol despacho, jo entiendo un poquito.
Risposta: Ah, los amigos italianos hablan espanol! Bueno! Bienvenidos! Tiengo mucho gusto hablar con ustedes!
Tra complimenti reciproci, veniamo sdoganati sin algun problema. Nada controlli, nada de nada por los italianos, ma il prolungamento non si può avere allo sbarco, bisogna chiederlo a Tampa (a 700 km da Miami) nel tal ufficio ecc. ecc. Ci fornisce anche l’indirizzo esatto e tutti i formulari. Roba da non crederci… la cortesia. Roba da mettersi le mani nei capelli… i formulari.

All’uscita dall’aeroporto lo shuttle ci porta in albergo, dove facciamo le prime scoperte. Il cellulare che ci avevano venduto in Italia come tri-band non lo è e quindi dovremo comprarne uno americano e imparare ad usarlo senza l’assistenza della figlia.
La chiusura con combinazione integrata della valigia comprata nuova appena prima di partire è stata danneggiata durante il volo e la valigia non si può più aprire. Ovviamente è quella in cui Francesca, per non farci cercare, aveva sistemato in alto pigiami, ciabatte e il cambio per domani.
Dopo una veloce telefonata dalla reception per rassicurarla che hanno fatto entrare negli Stati Uniti sia noi che tutte le medicine, andiamo a letto, in mutande, per un meritato riposo.

American Dreams.

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